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domenica 1 aprile 2012

perché non credo all'oroscopo

Oroscopo del segno della Vergine per Venerdì 30 Marzo 2012, ascoltato per caso alla radio durante auto-preparazione mattutina (ne parafraso, a scopo polemico, il linguaggio aulico e pretenzioso):

"Giornata senza infamia e senza lode, solita vita lavorativa, un po' di noia negli affetti. Riferimento a curiosi e, apparentemente, insignificanti transiti di pianeti in un fantomatico pezzo di cielo."

Giornata di un esponente tipico del segno della Vergine (l'autrice).

Sveglia alle 5:30 (seguita a rientro nel mondo dei vivi alle 4 del mattino e a un'ora e trenta di riflessioni insonni nel letto).

Colazione e doccia.

Ascolto della radio (e del suddetto oroscopo) durante vestizione, trucco e parrucco.

7:00. Uscita da casa, passeggiata, metro.

8:25. Trenino.

9:00. Arrivo in ufficio.

9:10. Thè e inizio di giornata lavorativamente ed emotivamente monotona.

10:00. Decisione di prendere il toro per le corna e auto-lancio nella gestione delle burocrazie odierne, in particolare nell'ottenimento del nuovo badge di ingresso ai laboratori, concomitante all'inizio del nuovo contratto.

Dalle 10:00 alle 12:00: telefonata all'amministrazione per chiarimenti su situazione inserimento dati. Telefonata ad un'altra amministrazione per verifica compatibilità tra i dati delle due amministrazioni. Scoperta di incompatibilità tra i suddetti dati. Nuova telefonata alla prima amministrazione per investigare mancata sincronizzazione informatica. Rivelazione di inquietanti, nonché attese, carenze documentarie per ultimare la sincronizzazione.
Rapida comunicazione col capo per chiarire la situazione.
Telefonata del capo al personale di cui sopra per tentare indagine più approfondita, con conseguente invito ad una rapida risoluzione del caso. Riflessione della sottoscritta su quanto l'efficacia delle sue telefonate impallidisca di fronte a quella delle telefonate del capo. Autoconsolatorie, nonché divertite riflessioni sulla vita da ultima ruota del carro.

Rientro in ufficio e nuova serie di telefonate.

Felice incontro telefonico con amministrativo efficiente e gentile che, sensibilizzato da rapido racconto vicende mattutine, dalla primavera e dalla Pasqua imminente, offre una forte ipotesi di collaborazione, proponendosi di sorvolare sulle burocrazie e di realizzare il badge prima di ricevere tutta la documentazione del caso, a seguito di patto di sangue con la sottoscritta in cui ella garantisce ricevimento del plico da parte dell'ufficio competente nel giro di due, massimo tre giorni lavorativi (non fa fede il timbro postale).
Momenti di emozione e soddisfazione, prodotti da probabile rilascio di endorfine e neurotrasmettitori del benessere vari, a seguito del compiacimento per l'incredibile risultato ottenuto.
Condivisione del momento con i compagni di ufficio ed espressione di solidarietà da parte di essi.
Rapida ricerca del capo in preda ad entusiasmo per risultato ottenuto, e forte voglia di condivisione di esso con le alte sfere.

Incontro improvviso e inaspettato con il capo per le scale, che blocca sul nascere le parole annunciatrici di vittoria comunicando che:

- l'amministrazione ha telefonato
- è emerso un problema
- l'ultimazione delle pratiche si è rivelata impossibile
- non ci sarà alcun badge
- ...perché probabilmente non ci sarà alcun contratto.

Rapido saluto del capo che corre a prendere a sua volta il toro per le corna al fine di preservare il suo sottoposto dal crudele e beffardo destino che lo attende.

Rapida riorganizzazione delle sinapsi neurali al fine di realizzare quanto appena appreso, e conseguente modifica della propria visione dell'universo.

Telefonata all'amministrativo gentile e collaborativo per bloccare svolgimento di capolavoro gestionale a seguito di drammoni burocratici sopraggiunti.

Passeggiata ad altro edificio del laboratorio per prendere un caffè senza zucchero e consolarsi con alberi in fiore e merli laboriosi.

Rientro nel proprio edificio con faccia evidentemente scossa, rivelata alla coscienza da subitanea domanda di collega gentile e premurosa riguardo all'andamento delle cose.

Sfogo con collega e incoraggiamento da sopraggiunto supporto umano.

Discorso sulle sorti del paese e della ricerca, nonché sulla bellezza della montagna e sull'arricchimento indotto nella vita dai rapporti umani, soprattutto amorosi.

Istantanea interruzione di amena conversazione a seguito di irrompente arrivo del capo che dichiara: tutto risolto, avrai il contratto.

Riconciliazione con l'universo e ulteriore riorganizzazione sinaptica. Protesta delle suddette sinapsi per mancanza di tranquillità in data odierna. Mancanza aggravata dal fatto che è venerdì e il weekend comincia un po' per tutti.

Rapido ritorno in ufficio e riattivazione telefonica di capolavoro gestionale. Definizione appuntamento per produzione finale di badge dello scandalo.

Telefonata di convocazione per il pranzo da parte del capo. Incontro fuori dell'edificio e rinnovata allerta a seguito di telefonata segretaria per comunicare che la sottoscritta è ricercata dall'ufficio dell'amministrativo gentile per rapida comunicazione.

Materializzazione mentale istantanea di scenari catastrofici per cui tutto andrà nuovamente a rotoli in pochi minuti, prodotti probabilmente a scopo doloso da sinapsi rese vendicative da eventi quotidiani.

Nuova telefonata all'amministrazione con animo diviso tra rassegnata accettazione del destino e forte curiosità intellettuale verso gli affascinanti percorsi dell'intoppo.

Scontro con occorrenza surreale a coronamento di giornata dichiarata astrologicamente tranquilla: l'amministrativo mi chiamava solo per informarmi che dopo verranno a disinfestare il mio ufficio dalle formiche.

Pranzo.

Caffè carino.

Nuova telefonata del capo per affidamento documenti essenziali al fine della realizzazione di capolavoro burocratico, che si scopre basato su importanti relazioni internazionali e su forte coinvolgimento di tre dei cinque continenti (se escludiamo le zone artiche).

Ore 14:00. Giro per uffici per distribuzione documenti importanti.

Ore 14:30. Ingresso nell'ufficio di amministrativo collaborativo e gentile e scioglimento commosso e sentito in mille formule di ringraziamento, nonché dichiarazione di amore incondizionato ed eterno nei secoli dei secoli.

Ore 14:40. Uscita trionfale con nuovo badge e contemplazione commossa di esso alla luce del sole di un primo pomeriggio di primavera nei castelli romani.

Ore 17:15. Primo, orgoglioso - nonché sospettoso - utilizzo di nuovo badge per uscire dal laboratorio.

Ore 17:30. Scoperta che la parte difficile della giornata doveva ancora cominciare.

Ore coinvolgenti e generazione di affascinante confusione mentale, ma apprezzamento del benefico effetto di esse sulla vitalità dell'esistenza e sulla sensazione di vivere sul serio.

Ore 23:30. Rientro sotto le coperte mattutine e abbandono a riflessioni su quanto a definire la vita siano solo le interazioni umane, e constatazione divertita dell'impallidimento di ogni vicenda lavorativo/burocratica/pratica di fronte alla "pungevolezza*" dei rapporti tra noi homo sapiens.

Fine della giornata lavorativamente ed affettivamente noiosa. Rapido guizzo nel cervello - ormai posseduto da ignoti meccanismi onirici - di divertita riflessione sulla puntualità dell'oroscopo odierno e sull'eventualità che abbiano confuso l'oroscopo della vergine con quello del toro; riflessione probabilmente prodotta come ultimo atto di ritorsione/riappacificazione da spiritose sinapsi finalmente riconciliate con disgraziata proprietaria.







* avevo bisogno di questa parola, quindi la invento.

sabato 21 gennaio 2012

Dalla parte delle vecchiette

No. In certi casi non si può proprio stare dalla parte delle vecchiette.

Proprio l'altro giorno ho avuto modo di toccare con mano, nell'arco di pochissime ore, molte delle features che caratterizzano l'essere vecchietta oggi; uno stato di esistenza pieno, sì, di saggezza, esperienza e amore, ma corredato purtroppo anche di disagevoli forme di prepotenza.
Il top di questa negatività mi si è palesato davanti, limpido e splendente, nella sala di attesa dell'ospedale, dove l'incontro/scontro tra due signore di una certa età, svoltosi alla luce del giorno di fronte agli occhi ignari degli avventori di quel reparto, si è rivelato per quello che davvero è: una lotta tra titani.

Una delle due - la chiameremo vecchietta numero 1, Vn1 - era in attesa del suo turno di visita già da un po' quando, in modo apparentemente innocuo, è apparsa una seconda vecchietta (vecchietta numero 2, Vn2) che, con fare inquisitorio, ha domandato se il Dottor TalDeiTali ricevesse in sala 2.
Ora, il Dottor TalDeiTali veramente riceveva in sala 2, e questa realtà era evidente a tutti gli astanti, vecchietta numero 1 compresa.
Qui l'astuzia geriatrica ha dato il meglio di sé. Con piena nonchalance, esibendo la sicumera di chi è addentro a queste cose, Vn1 ha risposto: no! Il dottore non riceve in sala 2!, allontanando in tal modo la rivale, che si è incamminata per altri lidi o altri reparti alla ricerca di questo benedetto medico (quando servono non si trovano mai).

Insomma, le vecchiette si depistano, e attuano queste crudeli strategie senza un minimo di pietà, convinte in tal modo di massimizzare il tempo che il servizio sanitario nazionale dedica loro e misteriosamente consapevoli del fatto che, nonostante il marmoreo ordine di visita definito dall'accettazione, smaltire le code eliminando la vecchietta col numero n porterà indubbio beneficio alla vecchietta col numero n-15.

Altra brillante performance da vecchietta è stata quella a cui ho assistito, stavolta con terrore, alla fermata dell'autobus.
Quella linea disgraziata non passava da 35 minuti, fatto questo che, al di là del disagio che può creare a un povero cittadino, non avrebbe avuto conseguenze drammatiche se non ci fosse stata una vecchietta lì che la aspettava.
Nel momento in cui arrivavo alla fermata, erano lì presenti la suddetta vecchietta - Vn3, n.d.p. (nota della pecorella) - una signora filippina che parlava filippino al telefono e tre controllori appena sopraggiunti.
Dopo qualche minuto di indagine visiva, la Vn3 si è avvicinata ai controllori e, fingendo un'aria apparentemente affabile, ha chiesto loro, quasi con grazia: ma come mai il 791 non passa da 35 minuti? E' successo qualcosa?
Questi, un po' spiazzati da tanto garbo ma - ne sono certa - consci del pericolo in agguato, hanno risposto molto cortesemente che c'era un po' di traffico e l'autobus sarebbe sopraggiunto a momenti, scusandosi cortesemente per l'eventuale disagio arrecato a Vn3. Vn3 si è mostrata comprensiva e non ha insistito ulteriormente. Volendo poi essere gentile, uno degli ispettori le ha chiesto dove fosse diretta, proponendosi per la ricerca di eventuali tragitti alternativi che potessero alleviare la situazione spiacevole. E qui Vn3 si è lanciata in un elegante esercizio di tautologie, dichiarando in modo inoppugnabile che era diretta dove arrivava il 791.
L'ispettore ha tentato ancora una volta di stimolare una minore autoreferenzialità, ma dopo aver ricevuto nuovamente in risposta la dichiarazione: "devo andare dove arriva il 791", questi ha vigliaccamente affermato: "Allora deve prendere il 791, sì".
A questo punto ha avuto luogo il secondo colpo da maestra cui ho avuto l'onore/onere di assistere in poche ore.
Vn3, senza colpo ferire, ha ringraziato per l'informazione e si è allontanata apparentemente mansueta, tornando col suo carrellino esattamente di fronte al palo giallo della fermata, come per esibire un'ineccepibile condotta.
Confesso di essere rimasta un po' sorpresa: era la prima volta che una ragionevole spiegazione come "c'è traffico, è tutto bloccato" soddisfaceva una vecchietta con carrellino. Tracce di redenzione per le sorti del paese, chissà.

Insomma, dopo altri 15, disgraziati minuti è arrivato il 791. Confesso che ho avuto un po' paura. Ho individuato furtivamente la porta da cui stava salendo Vn3, e sono salita da quella da essa più distante, sperando che il mare di gente tra noi mi salvasse dal temporale che si stava per abbattere sul povero autista.
Il mare non era abbastanza ampio.
Non appena Vn3 è salita, si è recata con il ritrovato vigore dei suoi 20 anni verso la cabina del conducente, ha gettato via la maschera della mansuetudine e ha cominciato ad urlare: "Ma è mai possibile che io debba aspettare 50 minuti l'autobus??? E'????????Le sembra possibile?? Si può sapere che cosa fate al capolinea? Lo so io che cosa fate, vi bevete il caffè e parlate di calcio!!"...e giù improperi su improperi.
Nel frattempo, tutta la prima parte della carrozza si era svuotata e tutti, dico tutti, si erano alzati per cedere il posto a sedere alla vecchietta del terrore. Tra questi, c'era un povero, anziano signore dall'aria rassegnata, un vecchietto mansueto con nello sguardo la consapevolezza dell'inutilità di ogni forma di reazione e protesta; certezza forse dettata da una vita passata con un'analoga vecchietta, Vn4, che in quel momento lo aspettava irosa a casa mentre lui, innocente e colpevole, tardava a rientrare con la spesa a causa di un traffico che non aveva in alcun modo potuto causare.

sabato 20 febbraio 2010

In memory of Gregorio

This post is dedicated to the memory of a great soul, Gregorio's one, and to the meanness of a human being, me.

Yesterday I had a very nice dinner with my italian-spanish-french friends: we went to an indian restaurant, whose look was very suggestive and whose food was great (heavy, but great).
In my infinite ingenuousness, while we were organizing the night - ok, actually all the organization was devolved upon the nicest french in the world, Morgan-Morganizator-Moranisor - my only doubt was about the spices present in the food, because I really don't like some of them and I want to avoid with all my energies that some of that seeds of cilantro, cumino etc enters in my mouth.
What a stupid woman I am (to say simultaneously "stupid" and "woman" is redundant, I know)!
I was so occupied in worrying about spices, that neither for one moment I consider the possibility that, instead of strange, exotic seeds, I was eating...an insect! A black insect, with a lot of legs and with a terrible look.
At the very beginning, while having my icecream, I tasted something very bitter, and I started complaining about having eaten something like a piece of plastic or something like that.
After some other spoon of icecream, I noticed a black object in the cup, so I recovered it and removed all the residual icecream on it. And at that very point, I understood how ingenuous I was in spending my time after spice-related problems, while I should have rather concentrated on the presence of animals inside my food.

After that incredible discovery, I showed it to my friends whit a disgusted look, but some of them - probably one more sensible than me to all the wonderful forms that the life can assume on this earth - explained me that that being I was looking at with such a bad face was Gregorio, that it had a life and that probably I ate, some minutes before, one of its best friends. No! It was even worse: probably I ate its girlfriend/wife, with which it was doing their honeymoon in Paris! Probably in the very same moment that the spoon captured one of them to take it to my mouth, they were planning their life together: having some kids, buying a home and, why not?, renting a camper to travel all around the world. The situation was collapsing. It was a real drama.
I felt guilty, insensible and really wretch: in front of such a tragedy I was only able to say: che schifo*!



* in italian: it is disgusting!

giovedì 11 febbraio 2010

a love story

È proprio vero che paris è la città dell'amore.
Pensavamo che laura fosse venuta per rilassarsi, per vedere le sue care amiche, per fare shopping o visitare la tour eiffel e invece no, era tutto scritto nel destino, le forze cosmiche già cooperavano per realizzare il loro disegno amoroso, sfruttando noi povere ingenuee, vittime della stupida illusione del libero arbitrio, per attuare i loro porci comodi.
La terra tutta ha girato in questi ultimi mesi per far incontrare, in una fredda domenica invernale di paris - anzi, no, di thiais, piccolo paesino a sud della capitale, che ospita una delle tante istanze terrestri di ikea (non mi sento di escludere che essa esista anche sul pianeta degli alieni) - ben e juliette, destinati ad un amore profondo e ad un futuro di passione in questo mondo complicato e sottosopra.
Qualche insensato definirebbe ben una pupazza, un inutile pezzo di stoffa pieno di altrettanto inutili pezzi di gommapiuma - guardate che sto rischiando la vita dicendo queste cose, quindi abbiate il buon gusto di seguirmi e di figurarvi con attenzione tutto ciò che vi descrivo - ma commetterebbe un grosso errore. Ben è una bellissima giraffina di pelouche di ikea (ci vedete insieme in una delle foto in basso), e ha dentro di sé un mondo pieno ed insospettabile.
L'ho incontrato per la prima volta da ikea, in un cestone pieno di tanti suoi simili: ci siamo visti, ci siamo piaciuti - si sa come vanno queste cose - e ho deciso di comprare il suo cuore. A dire la verità lui e il suddetto cuore erano dati via con lo sconto, ma questo non sminuisce la passione che mi ha spinto e ciò che dopo è nato tra noi.
Proprio mentre io conquistavo/acquistavo ben, laura ha fatto altrettanto con juliette, che però - le è stato chiaro fin dall'inizio - il destino non aveva destinato a lei ma alla nostra amica e compagna di avventure ilaria; laura, da donna di mondo qual è, si è adeguata al suo ruolo di intermediaria e, senza storie o drammoni, ha portato juliette a quest'ultima.
Il resto lo potete immaginare: quando ci siamo ritrovate tutte e tre da starbucks e ila ha tirato fuori dalla busta juliette, eccola là che ben - che tenevo tra le braccia - si è subito scosso, smosso, turbato, e alla di lei vista la sua vista si è annebbiata ed è caduto a terra vittima dell'emozione.

Che bella storia!

Sì, ma non è tutto. Il dettaglio numero uno è: perché la giraffina si chiama ben? Chi mi frequenta in questo periodo sa del drammone che è in corso dentro di me, per cui, per la prima volta in vita mia, mi trovo a subire il fascino di un cattivo. Tutto è cominciato quando, sotto natale, i miei cari amichetti hanno creato una pressione psicologica ed una tale curiosità in me riguardo alla fortunata serie lost, che, tornata a parigi, ho cominciato a vedermela. Dopo qualche inciampo iniziale dovuto alla mia paura di trovarmi di nuovo intrappolata nel complotto alieno, mi sono fatta prendere dai casi di quei poracci e...mi sono invaghita del loro nemico numero uno, benjamin linus: si prende gioco di loro, li manipola, ha fatto fuori un bel po' di gente ma...è il mio eroe! Lo trovo bello, affascinante, interessante e dolce. Dirò di più: guardandolo intuisco il passato profondo e avvincente che ha dietro, e mi faccio avvolgere dal suo fascino e dagli intriganti ammiccamenti del suo vissuto.
Il caso - meglio: gli sceneggiatori di lost - vuole/vogliono che ben sia innamorato di tale juliet, per la quale una sera ha preparato un arrosto fantastico, e con la quale è dolce e premuroso, tanto da ammazzare gli altri suoi spasimanti e averla intrappolata lì con lui per tre anni. Insomma, un uomo da sposare.
Non capisco proprio perché le mie amiche femmine - laura in particolare - non supportino questa mia passione. Oltretutto, ben è raffinato, acculturato, suona il pianoforte, cita uomini e topi a memoria e accoglie le donne con i fiori. Non venite a dirmi che è poco.
Va be', nel frattempo ammazza gente e manipola innocenti, ma si sa che queste cose possono capitare, in una relazione amorosa.
Insomma, ho deciso di celebrarlo con la giraffina, e subito essa è diventata la mia versione personale di ben, con tutti i suoi poteri e le sue capacità.
Mentre, al tavolino di starbucks, discutevamo con ilaria il nome della sua giraffa, questa, sentita la nostra storia riguardo all'origine del nome ben, si è subito dimostrata entusiasta all'idea di chiamarla juliette (ha voluto francesizzare juliet): probabilmene ha capito che non è il caso di contrariare ben e ha accettato di buon grado il battesimo.
I due si sono fidanzati immediatamente, e tutto sarebbe stato perfetto se solo ilaria non avesse pensato bene di rompere l'idillio dicendo seduta stante che quello sarebbe stato un fidanzamento in bianco.
Al suono spinoso di queste parole ben, da uomo che sa stare al mondo, ha chiesto la mano di juliette. Questa ha accettato, tra la grande emozione di entrambi e di me, ilaria, e laura, che in fondo siamo mamme e madrine dei due piccioncini (che schifo, ho nominato i piccioni) e che abbiamo a fatica mascherato la commozione.

Come ci insegnano la storia e la vita, però, non ogni aspetto delle cose può essere semplice, e l'ostacolo principale che intravedo nei prossimi, felici mesi di preparativi è il pessimo carattere di ben.
Per quanto riguarda me, a dire il vero, non ho grandi problemi: ben mi vuole bene e sa che mai gli mancherei di rispetto. Chi veramente scherza col fuoco è laura, che si ostina a maltrattarlo e a diffamarlo, per giunta davanti a estranei.
Facciamo un esempio e mettiamo a tacere ogni scetticismo. Domenica sera, mentre ci accingevamo con laura a guardare una puntata di lost, questa ha pensato bene di farmi trovare ben incastrato a testa in giù sulla testiera del letto. Le toglieva spazio, ha detto.
A nulla è valsa la mia corsa frenetica per liberarlo e per ristabilire la distribuzione spaziale delle sue stoffe e della sua gommapiuma: il danno ormai era fatto e ben si era segnato tutto.
Il giorno dopo, guarda un po', laura aveva l'aereo alle sette di mattina, e si è quindi alzata alle 4:45 per essere in tempo ad orly.
È uscita nel freddo di parigi, ha corso per prendere il bus, è arrivata alle 6:15 nell'aeroporto abbandonato dell'alba e...ha scoperto che il volo era in ritardo e che sarebbe partito alle dieci. Alé.
Qualcosa mi dice che la prossima volta terrà le mani a posto.

Per il resto, nonostante l'entusiasmo e la felicità in vista del lieto evento, nei prossimi mesi ilaria ed io saremo molto indaffarate con l'organizzazione del matrimonio del secolo, e verremo senz'altro sottoposte ad un forte stress mentale ed emotivo: ben è esigente ed ogni dettaglio è importante, e né lei né io abbiamo intenzione di fare una brutta fine perché, che so, scegliamo i tovagliolini del colore sbagliato o il salmone arriva freddo in tavola.

giovedì 28 gennaio 2010

tra le goccioline

Lo dirò subito, questa è una storia a lieto fine.
Preferisco specificarlo in anticipo perché non vorrei che alcuni dei lettori, presi dallo sconforto nel sentire narrate vicende tanto inquietanti, rinunciassero ad arrivare fino in fondo preferendo non sapere che fine ha fatto la loro amichetta silvia, ragazza tanto cara prima che affogasse nelle acque calcaree di casa sua.

Che amarezza svegliarsi una mattina con un forte giramento di testa, nausea e mal di stomaco, e finire col piedino - protetto solo da una inefficace pantofolina di ikea - nel nuovo laghetto nato nottetempo tra il termosifone accanto alla finestra e il mobile tv del monolocale!
Che brutto constatare che la geografia della nostra casa è cambiata, e lì dove c'erano pianure sorgono ora laghi, mentre, forse, nuove montagne si creano tra i legni del parquet che tanto amavano e che ci piacevano un sacco così com'erano!
Che fatica fare avanti e indietro dal bagno per asciugare litri e litri d'acqua, con la nausea che nel frattempo è peggiorata e ci rende ancor più estenuante la già estenuante operazione di asciugatura!
...Ma che soddisfazione far entrare in casa l'idraulico e sentirlo complimentarsi per l'ingegnoso sistema di scolo messo su (sotto consiglio di paoletto) per indirizzare la perdita verso un adeguato recipiente!
Insomma, esco da una pesantissima settimana di convivenza con le goccioline del termosifone, che cadevano giù dal rubinetto di quest'ultimo e che sono andate vicine ad avere la meglio su di me.
Lo strazio di questo ticchettio - che, come mi ha fatto notare oggi luisa al telefono, evoca il linguaggio alieno e quindi è già di per sé malvagio - mi ha accompagnato notte e giorno da sabato scorso, impedendomi di andare tranquilla al lavoro o di dormire la notte senza la paura che mi sarei risvegliata, l'indomani, con una geografia ancora nuova dentro casa.
Per fortuna oggi l'idraulico, bontà sua, si è degnato di venire a riparare la perdita, dopo che ieri mi ha dato buca per oscuri motivi e mi ha costretto ad un'altra notte di convivenza con le goccioline.
Per sopravvivere alla presenza acquatica coatta sabato, alle due del mattino, ho dovuto seguire il consiglio di paoletto, che mi suggeriva di controllare il ticchettio collegando la zona di formazione della gocciolina ad un pezzo di filo per cucire, e facendo scendere quest'ultimo giù giù fino al recipiente dove raccoglievo l'acqua. Questa scelta si è rivelata particolarmente felice non solo perché ha evitato il tic tic notturno - o quantomeno lo ha attutito - ma soprattutto perché, permettendomi di reindirizzare la caduta delle goccioline verso il secchio grande del mocho vileda, mi ha concesso una autonomia di una decina di ore tra uno svuotamento e l'altro del recipiente, e non solo di poche ore come sarebbe stato con l'unica ciotola che entrava sotto il termosifone.
Gli ultimi due giorni la situazione è stata ancora più drammatica, perché la gocciolina ha partorito e ha prodotto una gocciolina figlia proprio accanto a sé. Quest'ultima, nonostante la tenera età, si è dimostrata capacissima di ripetere le azioni infestanti della mamma, e si è messa a gocciolare allegramente dal bullone accanto al rubinetto di controllo. Il nuovo arrivo ha richiesto quindi la creazione di un secondo sistema di scolo, posizionato accanto al primo, che per fortuna si è rivelato altrettanto efficace.

Va detto che la sfortunata occorrenza ha avuto l'effetto positivo di farmi capire la vera natura di alcuni oggetti che avevo dentro casa.
Il secchio del mocho non è il secchio del mocho, ma un raccogli-goccioline-ad-alta-capienza, grazie al quale la durata dei miei sonni è stata mantenuta su valori accettabili, senza subire l'assalto di improbabili sveglie per svuotare le ciotoline poco capienti.
Il filo da cucire non è filo da cucire, e la sua natura non è quella di reggitore-di-lembi-di-vestiti-tagliati, ma è una guida-per-goccioline-che-tentano-di-costruirsi-una-nuova-vita-al-di-fuori-del-termosifone!
Ma soprattutto (e qui la gioia è stata massima): la strana mattonella gialla a forma di disco con il pesce sopra, che avevo comprato a genova l'anno scorso senza sapere che cosa fosse - ho passato un anno a trattarla come poggia-macchinetta-del-caffè-bollente, che scema! - in realtà non è altro che un reggi-fili-attraversati-da-goccioline-nel-secchio-pieno-d'acqua!
Che bello aver capito in profondità la natura di questi curiosi oggetti che tenevo in casa: è proprio vero che spesso siamo superficiali nel giudicare ciò che abbiamo davanti.

Voglio chiudere questo post con una nota di ottimismo, confessandovi che non tutti gli abitanti di casa mia sono stati scossi da questo drammone idraulico. Qualcuno è stato anche felice.
Parlo della mia orchidea caterina che, tratta in inganno dalla fortissima umidità che lo sgocciolare continuo ha prodotto nel nostro piccolo appartamento, ha creduto che, in questo curioso stralcio di amazzonia nel cuore di parigi in cui si trova a vivere, fosse arrivato il periodo delle piogge, e ha cominciato quindi a fare i getti nuovi. Che bellezza, non vedo l'ora che fiorisca di nuovo! Produce dei fiori così incantevoli, quando ci si mette, che rendono accettabile ogni pena idraulica o climatica patita. La mia tosse non è d'accordo, ma pazienza: domani comprerò lo sciroppo.

lunedì 25 gennaio 2010

au musée d'orsay

C'è poco da fare, ogni volta che entro nel museo d'orsay mi riconcilio con il mondo.
Dirò di più, mi riconcilio con l'universo, e con questo intendo dire che la riconciliazione contempla non solo gli abitanti del pianeta terra, ma anche eventuali abitanti di pianeti extraterrestri, qualunque sia la loro forma, ovina o no.
Ieri sono stata a vedere la mostra sull'art nouveau: bella ma non entusiasmante, se non fosse per un water a forma di mosca che ha catturato l'attenzione di tutti gli astanti, e ha portato la mia mente a inquietanti interrogativi sul suo utilizzo che non starò qui a condividere con voi per spirito, come dire, di discrezione.
Sebbene la mostra non fosse nulla di che, a renderla speciale c'era il contenitore in cui era situata, ovvero la splendida ex-stazione che oggi funge da museo e che raccoglie i capolavori dell'impressionismo e di parte del novecento (van gogh, gauguin). Quando sono lì mi sento felice, non trovo altro modo per esprimere ciò che provo: è come una gioia del caffè senza caffè. C'è un'atmosfera, un senso di bellezza così coinvolgente che difficilmente riesce ad essere piegato dai dispiaceri quotidiani che sicuramente gli avventori del museo si portano dentro. Ogni creatura umana dotata di un minimo di sensibilità nell'avvertire il mondo deve rimanere folgorata dalla circostanza - contingente quanto predeterminata da una precisa volontà: oggi vado al museo - di trovarsi in mezzo a quei capolavori.
Primo tra tutti, per quanto mi riguarda, il bal au moulin de la galette di renoir. Per quanto ne so ora che ho trent'anni, è il quadro che amo di più al mondo (non so se sarà ancora così quando sarò una pecorella quarantenne, ma se gli alieni non mi rapiscono nel frattempo prometto che vi farò sapere).
Ieri ho passato venti minuti buoni a rimirarlo e, come ogni volta che me lo trovo davanti, ho scoperto dettagli nuovi che prima non avevo notato. In particolare, ho fatto caso alla testa bionda di una bimba che spunta sul lato destro della tela, e che, a discapito dei suoi vicini che guardano incuriositi verso est, guarda dinnanzi a sé, verso il nostro spazio, e chissà che cosa pensa.
Tra l'altro quel gruppo di persone che volgono lo sguardo verso un punto indefinito e per noi che guardiamo loro, ahimé, inaccessibile, è uno degli interrogativi che mi accompagna e che sempre mi accompagnerà quando penso a renoir, no, di più, quando penso alla pittura in generale e, perché no, all'intero millennio passato e a ciò che ci ha lasciato.
Ci sono poi i ballerini, che chiaramente citano quelle altre coppie che danzano in città e in campagna: a me piace pensare che siano proprio quei ballerini campagnoli che, in un giorno di primavera, hanno deciso di prender parte alla festa del mulino.
A proposito di questi ultimi, le indegne inservienti del museo ieri mi hanno riservato un gran brutto dispiacere.
Il caso vuole che di questi tempi il museo d'orsay sia in fase di restauro, così che le opere esposte nei piani alti - impressionismo, post-impressionismo, van gogh etc - siano state redistribuite al piano terra, tra le ali destra e sinistra del museo.
Data questa redistribuzione, ed essendo ieri la prima volta che tornavo al museo dopo questi cambiamenti, non ero più al corrente della dislocazione delle varie opere, e ho dovuto pertanto riscoprirla. Il punto è che non riuscivo a trovare alcune delle opere più belle di renoir: a parte la danse à la ville e la danse à la campagne, non mi ero ancora imbattuta neanche ne la balançoire, l'altalena, l'unico vero antagonista al bal au moulin nel possesso del mio cuore.
Dispiaciuta per questo mio personale fallimento, e ferita nel mio pessimo orgoglio che mi impedisce di chiedere ai commessi dove sono i libri nelle librerie o i quadri nei musei - devo essere in grado di scovarli da me! - sono andata da una delle signorine che controllavano il museo e le ho chiesto dove potessi trovare quei quadri, dato che non riuscivo ad individuarne la posizione dopo lo spostamento dal quinto piano, e se erano presenti o meno nell'esposizione.
Questa mi ha guardato un po' interdetta, poi mi ha detto: renoir è qui, controlla da queste parti, come se stesse parlando con un'avventrice casuale di un negozio di abbigliamento la quale avesse chiesto se era disponibile quella giacca jeans taglia m vista l'altro giorno, e le stesse rispondendo: quello che c'è è tutto esposto, se non la vede vuol dire che è terminata.
Se c'è è qui altrimenti manca??? Ma come è possibile che non sappia dove siano quei quadri???
Alla mia espressione perplessa si è sentita di argomentare giustificando la sua ignoranza col fatto che i musei spesso prestano i quadri e che forse quelli non erano ancora rientrati. Mi ha detto che c'era stata una mostra a gran palais e che forse i quadri erano lì...Sì, le ho risposto, la mostra c'era stata ed era pure finita, ma lì erano presenti solo i due balli e non la balançoire, quindi questo non risolveva il mistero. Mistero secondo solo a quell'altro mistero, ben più grande e dalle conseguenze più scoraggianti, per cui una maschera di uno dei più importanti musei del mondo non sappia se sono presenti o meno tre tra i quadri più prestigiosi che la locale collezione vanta.
Sic.
Mi sono rassegnata e, dato che dei quadri non c'era traccia, sono rimasta a contemplare il ballo al mulino de la galette. Ogni volta che me lo trovo davanti avverto un curioso senso di riconoscimento, e mi sembra quasi di reincontrare un vecchio amico, tanto che mi verrebbe da chiedergli come sta, che cosa ha fatto a natale, se ha festeggiato l'anno nuovo con qualche monet o se è rimasto in famiglia (difficile, visto che tre dei suoi parenti sono spariti misteriosamente dal museo) etc. Questo senso di familiarità mi emoziona sempre molto: forse è la sensazione più bella che provo quando ce l'ho davanti, e credo che in realtà non sia altro che una forma della gratitudine per questa presenza formidabile, che si converte in consuetudine e riconoscimento per farsi più umana e più fruibile alla mia anima.
Purtroppo durante questa contemplazione estasiata non sono mancati i dispiaceri: un buon settanta per cento dei passanti si fermava, buttava un occhio e diceva: uh, guarda, questo è monet!
NO NO E POI NO!! Non è monet, è renoir!
Mi dispiace, a furia di sentire decantata questa ammirazione - spesso, ahimé, basata più sulla familiarità del nome che su basi estetico-artistiche - per monet, questi è cominciato a starmi antipatico. Bravissimo, per carità: ma renoir è superiore. E chi vuole litigare con me per questa mia affermazione faccia pure, sono pronta.
Insomma, un branco di bifolchi che neanche si sprecavano a leggere il cartellino per controllare la paternità dell'opera.

Nonostante tutto questo renoir e la bellezza della sua pittura ci ha redenti dai nostri peccati di tracotanza, presunzione e ignoranza, e ci ha purificati dai nostri errori con le espressioni umanissime che dona ai suoi personaggi e con l'uso sapiente che fa del bianco. Solo nelle sue opere mi sembra di scorgere dei bagliori veri: ogni volta che arrivo nell'ala del museo che lo contiene e, senza rendermene conto, cominciano ad entrare nel mio campo visivo le sue opere, ho come la sensazione di percepire dei bagliori, e mi sembra quasi che ci siano, sulla tela, schegge riflettenti che deviano la luce delle lampade verso il mio sguardo. In realtà è solo renoir che ha capito del bianco e del suo utilizzo qualcosa che noi non sappiamo.

Mentre me ne andavo, riflettevo sul fatto che varrebbe la pena farsi tre ore di treno per passare anche solo un minuto ad ammirare quel quadro. No, di più: varrebbe la pena farsi tre ore di volo, o anche un volo intercontinentale, o anche...costruire un'astronave, partire da vega, parcheggiare su una chiatta sulla senna e venire a contemplare tanta bellezza. Parlo con voi, signori alieni: anziché fare i cretini con i vostri test e sciupare il vostro tempo a meditare attacchi alla terra o primi contatti che mi coinvolgano - per non parlare dei biechi mezzucci sfociati nei travestimenti da pecorelle - perché non venite al museo d'orsay a vedere renoir e ve ne state zitti e muti e, una volta tanto, abbozzate?
Mentre camminavo via dal museo e correvo verso la fermata del 68 che mi aspettava lungo la senna, pensavo che dopo tanta gioiosa contemplazione anche le paure e i rammarici più profondi che sento in me mi sembravano attutiti, e meditavo sul fatto che in quel momento non avrei avuto paura né di gestire interazioni aliene né di trovarmi ad interloquire con stormi di piccioni starnazzanti e rumorosi. Avrei azzittito i due insiemi funesti con uno sguardo, li avrei messi in fila davanti al bal au moulin de la galette, piccioni a sinistra e alieni a destra, possibilmente mano nella mano (meglio: mano-a-tre-dita nella zampetta picciona), e avrei mostrato loro di che cosa siamo capaci. E guai a chi pigola, tuba o fa ticchiettii fastidiosi. Zitti e muti. Questo avrebbe provato loro l'abilità umana e li avrebbe incitati al rispetto, ne sono sicura. Dopo, finalmente riappacificati e pieni di una nuova, inaspettata stima reciproca, ce ne saremmo andati tutti quanti insieme ad ubriacarci in qualche brasserie, chi con il becchime, chi con l'acido solforico e chi, come me, col succo di frutta, visto che sono astemia.

Ha ragione dostoevskij: la bellezza salverà il mondo.

mercoledì 16 dicembre 2009

così, così e cosà

Credo di aver capito finalmente come deve essersi sentito vitangelo mostarda la mattina in cui la moglie gli fece notare che il suo naso pendeva a destra.

L'altro giorno chiacchieravo con la mia amica laura, la quale mi raccontava che pochi giorni prima chiacchierava con la nostra amica silvia - un'altra silvia, non io - della loro comune amica silvia - stavolta sono io - e che, chiacchierando (porca la miseria, le donne chiacchierano veramente troppo: ho già utilizzato il verbo chiacchierare 3 volte) è emerso il fatto che io utilizzo sempre l'espressione "così, così e cosà".
Che cosa faccio io?!?!?! Dico così, così e cosà?
Non ci potevo credere.
Non avrei scommesso due lire sulla faccenda.
Se qualcuno mi avesse sottoposto ad un esame in silviologia e mi avesse chiesto una stima del numero di volte che la suddetta utilizza tale espressione nell'arco, diciamo, di una giornata, avrei azzardato uno zero e, apprendo ora, sarei stata bocciata. Per fortuna mi sono iscritta a fisica e non a queste "personologie" improbabili.
Inutile dire che da allora sono stata guardinga e attentissima a monitorare ogni mia conversazione; mi sono spiata, mi sono mentalmente registrata, ho pensato addirittura di ricorrere alle intercettazioni telefoniche per essere al tempo stesso efficace e, come dire?, alla moda e, ahimé, ho constatato che laura e silvia avevano ragione. Non faccio altro che dire "così, così e cosà".

Ma che persona è una che dice "così, così e cosà"? Tutta questa vaghezza, questa mancanza di definizione...Sembra quasi l'argomento di un vigliacco che si lasci aperti i mille, potenziali percorsi che si dipanano nella vita di ogni giorno per non schierarsi, per non opporsi, per non appoggiare.
Ma io non mi sento così (ho detto solo così!!! Niente così e cosà!)! Mi piace prendere posizione, sono litighina, all'occorrenza antipatica, bisticcio e mi arrabbio un sacco. Mi piacciono gli schemi, la chiarezza e uno dei difetti che trovo più deprecabili negli esseri umani è proprio l'ignavia.
Allora c'ho ripensato, ho ragionato meglio e, da brava femminuccia, ho adattato la realtà a ciò che volevo io, giungendo alla conclusione che non è altro che una questione di esaustività.

Ripensando a queste tre parole messe insieme mi sono resa conto che contengono un'infinità di cose.

C'è il mondo dentro che è così e il mondo fuori che può essere tanti cosà diversi; ci sono io che sono fatta così e ci sono tutti gli altri: c'è la gente che sta così così e quella che è veramente felice, senza perdersi per strada neanche i mezzi insoddisfatti che stanno un po' così. Ci sono posti lontanissimi dove il pane si fa così, panetterie da due soldi dove il pane è così così e la panetteria qui sotto casa che invece fa delle baguettes che so' 'na cooosaa, ma 'na cosaaaa...
C'è la giornata di ieri che è stata...così!, e quella frase senza senso che mi ha detto un tizio l'altro giorno sulla metro, ma era solo così, per dire.
C'è la tv educativa della serie televisiva "siamo fatti così", con il nonno globulo rosso che ha insegnato a tutti noi le basi della fisiologia umana.
Ci sono il minestrone, il polpettone e la macedonia, dove si mischiano tutti quei cosi insieme così e cosà e, voilà, l'intruglio è pronto, ma purtroppo non c'è il profiteroles perché quello richiede una procedura ordinata e non possiamo buttarla in caciara.
C'è la politica che in italia è così così, dove una parte dice così e l'altra cosà, ma quando chiedi di spiegare ti rispondono in ogni caso che faranno "così, così e cosà" e poi risulta falso pure quello.
C'è la lingua italiana e forse anche un po' il francese; il tedesco no.
Ci sono le scuole elementari - si fa così! - gli stati d'animo - sto così così - e i nomi dei negozietti di una volta che ormai stanno scomparendo - "cose così".

Insomma, c'è tutto (tranne il tedesco e il profiteroles).

Volevo solo essere completa. Per una questione di democrazia, diciamo così (così e cosà).
Eccola là. L'ho rifatto.