Visualizzazione post con etichetta animali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta animali. Mostra tutti i post

mercoledì 8 settembre 2010

dedicato alle caprette

C'è poco da fare: a me la domenica piace andare a vedere le caprette.

Niente mi rilassa e stimola di più di guardare queste simpatiche creature che vivono felici la loro domenica pomeriggio con le loro simili o, magari, in compagnia di qualche altro strano animaletto.
Nell'ultimo anno la mia passione per le caprette è diventata via via più intensa, tanto che ora stanno cominciando ad emergere dentro di me, diciamo così, delle paure e dei sensi di colpa nei confronti delle pecorelle.
Come dichiarato in diverse circostanze ho un debito d'onore con la specie "pecorella" - potrei andare a cercarne il nome scientifico in giro su google, ma non mi va - anche perché convivo con una di esse da quando avevo 14 anni e ci siamo sempre volute tanto bene, sebbene la mia pecorella non sia una pecorella propriamente detta ma somigli, piuttosto, ad un parrucchino mal riuscito trovato in qualche negozio di parrucche negli anni 20 (dell'ottocento).
Non so perché ma le pecorelle, quantomeno nel mio personale immaginario, sono in qualche modo imparentate con le caprette (così come le rane sono tutte femmine e i rospi sono tutti maschi), e di entrambe non ho ancora ben capito quale dovrebbe essere il partner maschile (il montone? L'ariete? Lo stambecco????). Ho quindi paura che questo mio crescente entusiasmo per le caprette potrebbe essere a maggior ragione mal visto dalle pecorelle, che potrebbero accusare me di tradimento intestino, proprio con le loro cugine caprette, e cominciare a belare in modo polemico, rivolte a queste ultime, "parenti serpenti".

Insomma, non è a cuor leggero che pubblico sul blog questa dichiarazione di poetica, ma i tempi chiamano per un outing chiaro e coraggioso e ho deciso che non posso tirarmi indietro.
Spero che le pecorelle non me ne vorranno.

La capretta è un animaletto di carattere, c'è poco da fare.
Qualche mese fa eravamo allo Jardin Alpin, vicino Ginevra, e ho avuto una chiara dimostrazione della solidità caratteriale di questi ovini. Ero, infatti, lì a fare la stupidina e raccoglievo da terra foglie cadute e pezzetti di pane, e di tanto in tanto, quando il mio bottino di mondezza raggiungeva una soglia dignitosa, infilavo la mano tra la rete per dare da mangiare alle caprette accorse dalla mia parte. Finché la mano che porgeva loro il cibo era piena di qualcosa di commestibile tutto bene. Ad un certo punto, però (peccando di hybris, ora lo so), sentendomi meritevole di un contatto affettuoso e disinteressato con la capretta (dopo aver passato dieci minuti a nutrirla), ho osato allungare la mano vuota così, per fare una carezza, e...la capretta si è avvicinata, ha capito che la mano era vuota, e ha subito dato una cornata sulla rete come a dire: "Ao', ma che stamo a perde tempo qua?? Che me stai a frega'?!?!"...Insomma, dopo tanto penare non ho meritato manco un gesto d'amore dalla capretta ingorda, ma non ho potuto non apprezzare la fattività dell'animaletto, il forte senso pratico e la chiarezza mentale che ha dimostrato.

Un altro ricordo felice legato alle caprette si è formato nella mia testa, sotto la pecorella, non più tardi di domenica scorsa, quando siamo andati in un altro parco - questo ben più grande - e abbiamo trovato una mare di animaletti simpaticissimi capeggiati, manco a dirlo, da una grande varietà di caprette.
Come è nel loro carattere votato alla leadership, due caprette bianche e nere, una grande ed una piccola, c'hanno accolto nei pressi della cancellata di ingresso, come a dire buongiorno, ben trovati, siamo contenti della visita, e lì ho potuto constatare un'altra grandissima abilità delle caprette: il ventriloquismo.
E' successo infatti che una delle due caprette - quella piccola - stesse lì vicino alla rete a fare gli onori di casa, e che nel frattempo emettesse un sommesso "meeehhhh" senza muovere la bocca. Che figata! Per un attimo sono rimasta perplessa, ma quando mi sono convinta che il suono arrivava dalla nostra ospite, non ho potuto che segnare altri mille punti alle caprette e inchinarmi ammirata di fronte a tanta abilità.

Dopo aver girato per un po' nel parco siamo tornati dalle caprette, che a quel punto erano diventate tre: due piccoline scalmanate ed una grande sbragata per terra, disinteressata degli avvenimenti esteriori (apparentemente, forse: qualcosa mi dice che la capretta è sempre vigile), con l'aria cinica e annoiata di chi, nella vita, ne ha viste tante e non c'ha certo fantasia di starcelo a raccontare a noi. Le due piccoline, invece, hanno dato spettacolo: si sono infatti esibite in una lotta senza esclusione di colpi, correndo come scalmanate, zompando su un masso dalla cui sommità (quando non scivolavano come sceme) si avventavano poi sull'altra con la testolina in diagonale per rendere più efficace il colpo di cornette. Ahh, che meraviglia! Una delle due, in tutto questo clamore, è pure riuscita a fermarsi da noi a fare il pit-stop: si è infatti presa la fogliolina che le stavamo porgendo DA TRE ORE e poi è corsa via, più carica che mai grazie alle 0.001 calorie guadagnate con la nostra fogliolina, per tornare ad attaccare la sua amichetta.

Insomma, le caprette c'hanno il know how per un sacco di cose, ed io le ammiro sempre di più. Mi piacerebbe davvero, un giorno, finire non so come a vivere in una casa con un grande pezzo di terra e circondarmi di caprette isteriche e felici che mi corrono intorno e si mangiano le mie povere piantine.

p.s. I cuccioli di capretta sono stupendi, ma quelli umani sono ancora meglio, e ne ho avuto dimostrazione proprio allo Jardin Alpin. Mentre ero lì che, come una pupetta, cercavo di raccattare foglioline da terra per giocare a dar da mangiare agli animali, mi si è avvicinato un piccolo bimbetto cinese che non avrà avuto più di tre anni e, avendo visto che tanto mi affannavo a cercare del cibo, mi ha porto la sua manina e...mi ha dato tutto il mais che aveva dentro per darlo alle caprette! Sorvolando su chi sia stato l'adulto e chi il bambino in questa circostanza, confesso che mi sono commossa di fronte a tanta dolcezza, e questo piccolo scambio di mangime tra noi nutritori di caprette mi ha fatto sentire, come dire, molto orgogliosa anche di noi homo sapiens, che a volte sappiamo essere davvero speciali.

domenica 11 luglio 2010

l'animaletto domestico dell'oracolo di delfi - il polpo paul

Se gli organizzatori del mondiale South Africa 2010 l'avessero saputo prima, senz'altro il simbolo della competizione non sarebbe stato un omino stilizzato che calcia in rovesciata un pallone sullo sfondo dei colori della bandiera sudafricana, ma un tentacoloso polpo aggrovigliato ad un pallone che innalza con uno dei suoi tentacoli la coppa del mondo.
C'è poco da fare, volenti o nolenti il polpo Paul ha conquistato la ribalta con le sue predizioni e, sebbene la coppa del mondo sia ora in terra spagnola, sarà lui che passerà alla storia come il vincitore morale di South Africa 2010.
Prima di lasciarmi andare alla sudditanza psicologica (con la devozione incondizionata che ne consegue) per questo animaletto eccezionale, vorrei soffermarmi su quella che, a mio avviso, dovrebbe essere una delle domande principali per chiunque si affacci nel fantastico mondo dei miracoli di Paul, ma che, non so perché, invece nessuno sembra porsi. Ovvero: ma come diavolo è cominciato tutto questo?
Mi spiego meglio. Da brava italiana so che cosa sia la superstizione mondiale, la sacralità dei rituali anche nei loro aspetti più improbabili e le inaspettate strategie propiziatorie che le menti del nostro popolo colorito riescono ad elaborare in concomitanza delle partite storiche della nazionale, ma mai, mai e poi mai riesco a concepire come sia possibile che un tizio che, svegliatosi la mattina di una giornata in cui cadeva una importante competizione per la sua squadra (la germania, in questo caso), decidesse di porre fine immediatamente al mistero, si risolvesse, a tal fine, ad interrogare un polpo di un acquario in uno zoo sottoponendogli del cibo chiuso in contenitori trasparenti drappeggiati dalle bandiere delle squadre sfidanti. La procedura è quantomeno poco intuitiva.
Parlando con marco di questo argomento, questi ha realisticamente suggerito che la procedura sia stata definita alla fine di una serata a base di alcool da una cricca di crucchi ubriachi (wow, un fonosimbolismo!) che, per sapere in anticipo come sarebbe finita la partita della loro altrettanto crucca nazionale, si sono guardati e si sono detti: interroghiamo un polpo!

E va be', accettato questo mistero non c'è che farsi suggestionare dalle eroiche gesta di Paul, che senza paura sfida la sua stessa possibilità di sopravvivenza e pronostica coraggiosamente l'uscita di scena dai mondiali del suo paese ospitante, la germania.

In italia poche voci pubbliche sanno essere altrettanto coraggiose, e dunque tutti noi ne siamo suggestionati.

Il fatto è che il polpo piace.
E' lì nella sua vaschetta, incorruttibile, sceglie senza paura e poi, dopo la crudele (o dolce) sentenza, torna a sonnecchiare sui suoi scogli attendendo sereno la comparsa di eventuali sicari vendicatori.
Il polpo è inoltre figura attuale. Nell'immaginario collettivo italiano evoca la piovra, e quindi pone in primo piano problemi sempre attuali nel nostro scenario politico-sociale quali la mafia, che una serie televisiva di un paio di decenni fa associava a questo animaletto parente di paul.
Il numero enorme di tentacoli è anch'esso chiaro richiamo al sistema corruttibile italiano e cita con coraggio la capillarità delle reti clientelari che deturpano e indeboliscono ogni giorno la nostra società, e rendono quindi paul figlio del suo tempo e rappresentante innocente dell'insanità del momento in cui vive.
Come proponeva ieri dario, forse l'altra sera casillas avrebbe dovuto alzare al cielo il polpo, non la coppa, o, ancora meglio, avrebbe dovuto baciare appassionatamente la sua bella facciona oblunga e non quella della sua affascinante fidanzata giornalista. Minimo minimo sarebbe stata auspicabile una invasione di campo di paul, anziché del nostro folcloristico connazionale pro-cassano che ci ha fatto fare la nostra solita, affezionata e immancabile figura da peracottari.
E va be'.

In rete sono circolate diverse teorie sulle modalità con cui paul elabora i suoi pronostici, ma non voglio sofferarmi sull'argomento perché preferisco preservare il fascino della circostanza per cui un polpo è più bravo di mille esperti a predire i risultati delle competizioni mondiali, piuttosto che lanciarmi in intellingenti considerazioni sulla disposizione delle squadre nella vaschetta, sui colori delle bandiere etc. Certe divinità vanno amate bovinamente, senza domande di sorta, con puri tripli salti mortali di fede. E paul non merita nulla di meno che questo amore incondizionato, perché ha rallegrato, almeno a noi italiani, un triste mondiale passato per tre partite ad aspettare che la nazionale cominciasse a giocare sul serio a pallone, e per le altre a gufarla alla germania a causa del video che tre dei suoi sbronzi tifosi avevano diffuso prima del mondiale su internet, augurando la sconfitta all'italia. Come diceva giustamente zucconi su repubblica, l'altro giorno: chi gufa sarà gufato. E paul ci ha vendicato.

Piccolo scoop in diretta. Proprio mentre sto scrivendo questo post, leggo su repubblica online che l'istruttrice del polpo ha rivelato interessanti retroscena sulla storia di paul, spiegando che paul è italiano - toscano, in particolare - e che proviene dall'isola d'elba.
Ecco spiegato il mistero.
In italia non solo cani e porci si intendono di calcio, ma pure abitanti del mondo sottomarino che, impossibilitati dal caos proveniente dalle terre emerse a vivere in pace la loro umida vita, di domenica pomeriggio (e ora pure sabato sera, e mercoledì sera, e a volte martedì etc), hanno deciso di interessarsi del business del calcio e di provare a capirci qualcosa anche loro per prendere parte alle discussioni.
Forse Paul, in quanto toscano, è della fiorentina e prandelli è stato una sua dritta.

Mi permetto di chiudere il post con un invito: la snai dovrebbe adottare l'icona di paul come suo simbolo. Un polpo che, penna al tentacolo, compila una schedina mentre dietro di esso si ammassa una folla di scommettitori domenicali che cercano di carpire i suoi pronostici al fine di poterli usare per arricchire le loro tasche.
Non solo: la figura di paul andrebbe aggiunta ai profeti che secoli di storia occidentale hanno tramandato fino a noi. La pizia, l'oracolo di delfi, tiresia, la sibilla cumana...e infine paul che, se tanto ci dà tanto, è la versione attuale del saggio che guarda lontano nel tempo, e che incarna la saggezza e il meglio dell'umanità ad esso contemporanea. Se la componente divina della grecia classica si traduceva in tiresia o nell'oracolo di delfi, quella dei primi italici nella sibilla cumana, quella dei francesi del '500 in nostradamus, la nostra si traduce in...un polpo, che infila tentacoli dove può per procacciarsi il cibo e se ne frega di tutto e di tutti. Direi che ci facciamo un figurone: agli occhi dei fottutissimi posteri che stanno sempre a mettere pressione risulterà che siamo davvero un popolo fico che nulla ha da imparare dal mos maiorum o da genti varie passate o future.

giovedì 7 gennaio 2010

ginger


Il migliore amico dell'uomo è il cane, il migliore amico del gatto è l'uomo, la migliore amica di ginger è laura. Diciamo amica perché vogliamo preservare la psiche della povera laura dall'amara verità per cui, più che un'amica, laura è la cameriera di ginger.
L'altra sera, invitata da lei per una pizza con il nostro amico marco, sono rimasta allibita dal fatto che questi ha impiegato non più di due minuti per concludere che la vera padrona di casa è ginger. Marco è intelligente e sagace, ma la sudditanza di laura nei confronti di ginger è davvero esasperata, tanto da lasciar intendere la gerarchia dell'appartamento, ad un casuale avventore, in non più di pochi minuti.
Il vero problema è la figosità di ginger, come giustamente dice il nostro amico francesco, che ha felicemente coniato il neologismo per l'occasione: figosità esibita, esercitata, paventata e imposta agli astanti con miagolii, versetti, musetti strisciati, occhietti sbattuti...difficile resistere a tanto fascino, facilissimo caderne vittima, ancora più facile precipitare in una spirale di schiavitù ed obbedienza incondizionata che porta alla rinuncia ai più essenziali diritti umani, come quello al sonno, al riposo e alla libertà.
Passi il fatto che la graziosissima casa di laura sia cosparsa di topini che, a piacimento di ginger, devono essere distribuiti per il pavimento e per le varie stanze, in modo da essere sempre disponibili qualora la micetta senta la velleità di giocarci; passi il protagonismo sfrenato di ginger, che riesce a monopolizzare l'attenzione durante le nostre serate (a capodanno mi è toccato contrastare il suo dominio imponendo una lunga discussione sugli scambisti, sulle dinamiche che regolano i meccanismi delle coppie che operano una siffatta scelta e, soprattutto, sull'annosa questione del cibo nei locali che offrono tale tipo di servizi: si mangerà bene o male?) ma quello che davvero non posso accettare è il fatto che il sonno della mia amica laura venga, ogni mattina, interrotto dalle pretese di ginger, che vuole il cibo proprio a quell'ora, senza deroghe e senza esitazioni: ora, subito, adesso. Miao.
Una categoria di riflessioni su ginger brillantemente suggerita da francesco è la miaologia, disciplina che, come da appellativo, si ripropone di catalogare, codificare, interpretare e tradurre i vari miagolii di ginger.
Accreditati finora sono le seguenti forme: il "mieee, mieeeeeee, mieeeeeeeeee" sempre più insistente e intenso, che rappresenta l'estasi del cibo che si avvicina, l'assaporamento di un piacere tutto sensorio che sta per essere fruito, la gioia del desiderio che finalmente si compie e si risolve nelle stupende, colorate, nutrienti e pure musicali crocchette. C'è poi il "miaaooo, miaaooooo, miaooooooo" di richiamo/saluto/sollecitazione al cibo di ginger che vede laura arrivare dalla finestra, pronunciato in modo affrettato ed incerto, disperso tra le mille altre azioni che la circostanza richiede: precipitarsi alla porta, ascoltare i rumori del palazzo, aspettare che laura apra e, a quel punto, tentare la fuga per le scale, tanto per fare un po' di casino e stremare un altro pochetto la povera domestica che torna stanca dal lavoro. Altra tipologia è il "miaaaaaooo" sommesso, esitato ma deciso, profondo - una specie di miagolio da maniaco - del predatore che guarda il piccione (ariecco i piccioni), creatura evidentemente misteriosa e piena di un fascino indefinibile anche agli occhi dei gatti. Mi raccontava laura che una volta ginger ha pure tentato di scaraventarsi su un piccione posato sul davanzale: tentativo miseramente fallito con un pietoso tonfo e rimbalzo sulla zanzariera. Menomale che pure i gatti erano intelligenti.
Dulcis in fundo, il miagolio più caratteristico, quello meglio identificato e sicuramente meglio tradotto: il fantomatico "miè!", secco, deciso, astioso, che ginger usa come noi useremmo un "ma vattene un po' a quel paese!" quando qualcuno le sposta il musetto immerso nel piatto, quando viene allontanata dalla cucina o quando viene buttata via dal salotto durante i suoi momenti di follia in cui vuole vendicare le colpe dell'umanità azzannando noi poveracci che stiamo lì a parlare.


Due parole sulla vita sentimentale di ginger.
Al momento i candidati partner sono due: uno è mirtillo detto millo, micetto della famiglia di laura, altro certosino come ginger ma, rispetto ad essa, molto più pauroso, timorato di dio e di tutto ciò che è presente sulla terra e che abbia dimensioni comprese tra il millimetro e il chilometro; nelle domeniche che i due promessi passano insieme racconta laura che essi girano per casa, ginger in avanscoperta e millo a seguito a dovuta distanza; ogni qualvolta questi tenti di accorciare lo spazio che li separa, ginger si volta e lo prende a zampate, come a dire: "sta' al posto tuo", "ma che vuoi", "mi dici chi ti ha datto tutta questa confidenza?", "miè!".
Altro candidato è ronnie, il gattino di silvia, la nostra amica che vive a terni (un giorno farò un post con la catalogazione di tutte le silvie, promesso); ronnie è un gattone forte e coraggioso, pieno di sé, capo anche lui della casa in cui vive e, diciamoci la verità, a sua volta padrone incondizionato della povera silvia. Tra le sue indiscusse abilità, una incredibile capacità nel parare i winnie the pooh travestiti da varie cose - soprattutto da faro per le navi - che volano tra i gradini delle scale, che lui tratta come il suo regno e su cui si sbraga per scrutare l'attività nel salotto sottostante.
Discutendo con laura su chi dei due potesse essere il candidato più adeguato per la zampa di ginger, riflettevamo sul fatto che ormai essa è abituata al controllo incondizionato che ha su millo, e sembra quindi propensa ad un rapporto impari in cui lei comanda e lo sposo obbedisce, si mortifica e fa lo schiavetto. Con ronnie non potrebbe chiaramente essere così: è facile immaginare che ronnie, da maschietto di carattere quale esso è, la metterebbe subito al posto suo, in cucina a lavare le ciotoline per le crocchette o a cambiare il terriccio per la lettiera, e al primo suo "miè!" di protesta le rifilerebbe una zampettata per rimetterla in riga: "tu, femmina, che fai, miagoli pure?". Insomma, si potrebbe creare una triste storia di violenze domestiche, ma laura è possibilista e non si sente di escludere l'opzione: ha detto che magari a ginger piace così.

Altra grandissima abilità di ginger: rispondere al citofono.
Succede che quando qualcuno citofona a casa di laura, le vibrazioni prodotte dal suono fanno staccare la cornetta dalla sua sistemazione e questa precipita in basso. Il frastuono prodotto dall'evento - nonché il suono stesso del citofono - attivano immediatamente ginger, che si fionda all'ingresso e - è facile immaginare - si mette ad annusare il citofono, lo studia, lo scruta...insomma, si impiccia.
A quel punto, nel sentire una voce ignara che dalla strada chiede: "laura? Ci sei?" ginger...risponde! "Miaaaooooo!"! Una volta mi è successo: ho citofonato a laura che ancora non era rientrata e, allontanatami di pochi metri dal citofono, ho sentito un "miaaaooooo, miaaaaooooo" riecheggiare per viale mazzini. Sono corsa indietro, ho detto "ginger!" e lei di nuovo: "Miaaoooooo!". Ah, come è bello pensare che, di tanto in tanto, per una via seria e rispettabile di roma come viale mazzini, prossima alla sede rai di via teulada, vicina al tribunale e densa di uffici dei più svariati professionisti, riecheggi indisturbato il miagolio di ginger, che chiede "chi è?", interroga la cornetta del citofono, domanda "Desidera? Miao?!" e disperde i suoi interrogativi lungo i marciapiedi, tra i giardini in mezzo alla via e, perché no, lungo viale angelico, su su fino a piazza maresciallo giardino... Che meraviglia! Chissà quanti cagnolini l'avranno udita e avranno drizzato le orecchie avvertendo quel suono.

post scriptum Ringrazio laura e silvia che, con le loro confidenze, hanno reso possibile la realizzazione di questo post. Spero che la loro testimonianza spinga altre persone che si trovano nella loro stessa condizione a denunciare i sorprusi a cui, quotidianamente, i loro gatti le condannanano.
Altro ringraziamento speciale va a francesco simula, esperto miaologo che, grazie alle utilissime conversazioni, ha ispirato molte delle considerazioni qui riportate.
Miao a tutti.

lunedì 21 dicembre 2009

il business dei piccioni

(In questi giorni ho in testa i piccioni, chissà perché...).

---

Il posto che amo di più a parigi è il mercatino dei fiori sull'île de la cité, proprio vicino a notre-dame: uscire in primavera dalla stazione della metro 4 che dà sulla piazza ad esso antistante significa essere investiti da un fortissimo profumo di lavanda, da una luce bellissima e da un'atmosfera di pollini e polveri floreali davvero inebriante (tranne che per chi soffre di allergia, ok: scusate l'indelicatezza).
Questo tutti i giorni della settimana...tranne la domenica, giorno in cui - come ho scoperto per caso durante una passeggiata domenicale raggiungendo il mercatino per comprare un vaso ad aurelia, la mia gardenia - il mercatino dei fiori si trasforma in un mercatino degli uccelli.
Ce ne è di tutti i tipi: pappagallini irrequieti e litigiosi, pulcini, colombe, paperelle di vari colori e dimensioni e...piccioni.
Prima di soffermarmi sugli aspetti curiosi e sollevare tutti gli interrogativi che, riguardo ad essi, affliggono ele e me, vorrei spendere due parole sulla triste circostanza che ho riscontrato tornando di domenica in domenica a visitare il mercatino: si tratta della valutazione del pulcino.
A dire il vero inserisco questo excursus sui pulcini - in un post il cui titolo inneggia ai piccioni - anche per far loro dispetto, dopo che l'altra sera hanno bombardato la povera ele, che passeggiava insieme con me sotto gli alberi sul lungotevere, non diciamo come non diciamo dove non diciamo quanto. Che schifosi.
Tornando ai più docili pulcini, la prima volta che andai al mercatino di domenica era pieno di gabbiette-vetrine in cui venivano venduti dei pulcini di pochi giorni: il prezzo di vendita era di due euro a pulcino. Se non fosse sgradevole dire una cosa simile di una creatura vivente verrebbe da commentare che te li tirano proprio dietro.
Poveri pulcini, che brutta immagine...
La domenica successiva, ricapitando al mercatino e tornando a salutare i pulcini, trovai questi ultimi piuttosto incicciottiti e un po' più piumosi, e mi toccò constatare che il prezzo...era salito a tre euro. Dopo qualche altra settimana, nel momento in cui questi poveretti erano diventati dei veri e propri polletti, il loro valore si attestava intorno ai cinque euro. Che tristezza.
Questa osservazione mi ha messo molta malinconia. Le creature viventi dovrebbero avere sempre lo stesso valore - grandi o piccole che siano - e questo dovrebbe essere inestimabile. Non ci dovrebbe proprio essere modo di quantificare un prezzo e di scriverlo su un foglietto.

Ma torniamo ai piccioni.
Parlando con ele della curiosa osservazione, la mia pragmatica amichetta mi ha chiesto: ma a quanto vendono un piccione? No, perché qua c'è da arricchirsi! Con tutti i piccioni in cui incappiamo quotidianamente a roma sai quanti soldi potremmo fare?!
Diciamoci la verità, la domanda è più che lecita.
Ele ha proseguito: scusa, silvietta, supponiamo (e qui è partito il gedanken) che un piccione costi, che so, cinque euro (stima basata sulla valutazione del pulcino): se noi ci presentiamo come grossiste di piccioni e li vendiamo ai venditori al dettaglio, che so, al 50% del prezzo di mercato, ogni 100 piccioni ci sono da guadagnare 250 €! Ti sembrano pochi?
Allora abbiamo cominciato a discutere gli aspetti pratici, supponendo di rifornire i nostri magazzini catturando i piccioni a roma (il trasporto a parigi è un dettaglio che dovremo valutare, ma se questi fossero sufficientemente intelligenti potrebbero pure arrivarci da soli) e, a tal proposito, ho provato ad obiettare ad ele che non è facile catturare un piccione: per quanto stupido possa essere esso può pur sempre volare, e quindi ha comunque una possibilità di fuga in una dimensione a noi, ahimé, inaccessibile.
Ele ha insistito dicendo che secondo lei la cattura sarebbe più semplice del previsto.
Non so, ero scettica.
Scetticismo scemato il primo sabato in cui sono scesa a roma e sono andata a spasso per la città con ele. Lì ho proprio dovuto ricredermi: ele aveva ragione.
Ad ogni angolo, ad ogni marciapiede c'erano uno o più piccioni che passeggiavano sereni, strafottenti e soprattutto ignari del business che si stava discutendo alle loro spalle; ci passavano rasenti, ci costeggiavano, ci sfioravano, quasi; ele mi diceva: vedi? Ma che ci vuole a prenderlo!? Guarda qui! Questo lo avremmo catturato in un attimo!...Fino a manifestare indignazione vera e propria per quei piccioni che quasi quasi ti tagliano la strada, tracotanti come sono e pieni di quel loro fastidiosissimo senso di superiorità. Verrebbe davvero voglia di acchiapparli e dir loro: forza, adesso non fai lo sbruffone? Adesso non mi tagli la strada?

Un indizio sui metodi di cattura, comunque, mi è apparso per caso sempre in una di queste domeniche pellegrine passate a studiare il mercatino dei fiori/degli uccelli.
Una volta, infatti, ho visto parcheggiato su un lato della strada un camioncino tipo ducato, con una delle portiere laterali aperte, dentro cui si vedevano sacchi e sacchi di mangime; al suo interno, neanche a dirlo, era pieno di piccioni che scroccavano questa abbondanza di semini e approfittavano della mancanza di custodia per sfondarsi di becchime. Data la facilità con cui la suddetta portiera poteva venire chiusa, intrappolando all'interno una buona dozzina di piccioni, mi è stato chiaro che quello è probabilmente il modo in cui i mercanti di uccelli li catturano per poi rivenderli pochi metri più in là. Che amarezza. Chissà perché, la scena mi ha fatto venire in mente il povero pinocchio che, sotto la promessa di tante meraviglie, viene portato nel paese dei balocchi dove, progressivamente, si tramuta in asinello.

Altra brillante trovata di ele: per accrescere il prezzo e venderli a cifre ancora più lucrose - per il venditore - si potrebbero spacciare per piccioni viaggiatori.
A quel punto si gioca tutto sulla forma: ele proponeva di suddividerli in gabbie e inventarci le rotte, tipo mettere in una gabbietta quelli che vanno in america del sud, in un'altra quelli che vanno in australia e così via fino a coprire tutto il pianeta. Li infiliamo in una gabbietta, prendiamo un pezzetto di carta, ci scriviamo sopra - che so - "terra del fuoco" e il gioco è fatto.

venerdì 18 dicembre 2009

piccioni

C'è poco da fare, i piccioni mi fanno pensare alla mia amica luisa (che per discrezione chiamereremo luisa ricci).
Non che lei e loro si somiglino: al di là del fatto che appartengono a due specie diverse, non hanno neanche gli stessi colori; loro sono nero-grigi (a parte qualche raro piccione marroncino o pezzato) mentre luisa è bionda con gli occhi azzurri, anche se forse di questi tempi è più rossa con gli occhi azzurri, non ricordo. Insomma, sarebbe difficile scambiarli per consanguinei. L'associazione di idee è dovuta al fatto che, ai tempi del laboratorio teatrale del liceo, luisa era solita cimentarsi nell'imitazione del piccione. La rappresentazione le veniva benissimo: picchi di realismo erano raggiunti dalla riproduzione dello sguardo vano del piccione e dal modo che questi hanno di muovere le ali, movimento che luisa riproduceva attraverso un sapiente utilizzo dei gomiti e delle spalle. Un mito.
Ciò detto, a parte questo primo momento di tenerezza prodotto dal ricordo della cara amica, i piccioni non riescono a starmi simpatici. Sono brutti. Sono sporchi. Sono, soprattutto nelle grandi città, strafottenti. Passi la bruttezza e la sporcizia, ma la strafottenza proprio non la posso tollerare.

Ci sono molti aspetti dei piccioni che mi impensieriscono.

Uno: dove vivono?
So per certo che possiedono alcuni immobili in piazza cavour, a roma (in particolare sono coproprietari, con lo stato, di parte del palazzo di giustizia) e, data l'altissima concentrazione che si riscontra nel luogo soprattutto d'estate, immagino che abbiano delle strutture di appoggio pure in piazza san marco, a venezia. Intere colonie - o forse dovremmo dire società - di piccioni dominano piazza del duomo, a milano, e la loro presenza non risparmia neanche il campanile di giotto a firenze o le scalinate di san miniato al monte.
A questo punto sarebbe interessante capire su che base avviene l'attribuzione della base d'appoggio: se in funzione degli interessi culturali e professionali dei piccioni - gli studiosi di arte, gli archeologi, i restauratori vengono messi nei luoghi d'arte, mentre i professionisti della finanza abitano le nicchie sopra gli edifici bancari o sulla borsa di milano - o sulla base di un semplice principio territoriale per il quale ogni piccione rimane nella terra dei suoi avi. Vista la facilità con cui i suddetti si spostano questa secondo ipotesi, però, mi sembra poco credibile.
In ogni caso, i piccioni non si organizzano solo in condomini. Esistono anche famiglie singole, e proprio negli ultimi mesi ho scoperto che ce ne è una che abita sopra l'ultimo monitor, nel lato destro del binario, della stazione parigina di denfert-rochereau, RER B, direzione saint-rémy-les-chevreuse. Tutte le mattine vado lì sotto per controllare quanto dovrò attendere il trenino per orsay, e puntualmente trovo sporta la testa di un piccione che dall'alto monitora il via vai sottostante. Dalla confusione e dai movimenti irrequieti della vedetta si intuisce che, dietro di lui, c'è un traffico strano di altri piccioni, ma la visuale dal basso non consente di ottenere maggiori dettagli. Mi sembrano comunque dinamiche familiari, quelle che causano i movimenti inconsulti del controllore: un "fatti più in là che sennò ti vengo addosso con l'ala mentre mangio"; oppure un "oh, hai fatto in bagno che tra poco passa il treno?" fino a più infantili polemiche tra fratelli "mamma, danilo ha sputato una briciola di pane nel mio piatto e io adesso non posso più mangiare".
In definitiva, ciò che resta chiaro è che i piccioni hanno dei possedimenti tali da tappezzare ogni luogo di cultura e di potere della società italiana (nonché europea): a guardarne le proprietà sembra quasi di aver a che fare con un'organizzazione potente come comunione e liberazione o l'opus dei.
Aggiungo a questo che, con sommo rammarico, negli ultimi anni ne ho visti a bizzeffe non solo in europa, ma anche negli stati uniti e, ahimé, in brasile.

Due: ma i piccioni nascono grandi?
Lo chiedo perché non ho mai visto un piccione piccolo. I piccioni, salvo infime variazioni, sono tutti della stessa taglia, ma allora mi trovo costretta a pensare che, delle due, l'una: o le mamme piccione si tengono i piccioncini nel nido fino alla tarda età - e questo atteggiamento potrebbe essere stato mutuato dalla società italiana, dove risaputamente le mamme amano tenersi vicino il loro amato figliuzzo fino alla sua piena maturità, al fine di proteggerlo dalle femmine profittatrici (che non sanno neanche cucinare o stirare una camicia!) che si scaglieranno su di lui non appena questi farà il suo ingresso in società - esasperando il fenomeno fino al punto che, fin quando non raggiungono le dimensioni standard, non possono nemmeno farsi vedere in società, o i piccioni nascono monotaglia, ma allora non si spiega la gestione dell'uovo da parte della mamma - in particolare il processo di gestazione e di deposizione -, sulla cui dinamica, a questo punto, davvero non mi sento di indagare. Voglio fermare qui la mia immaginazione prima che si spinga troppo oltre.
L'assenza di piccioni pulcini, però, rimane un fatto inquietante e inspiegato.

Tre: i piccioni sono davvero stupidi come sembrano?
Un esperto ornitologo mi ha spiegato, di fronte alle mie insistenti denigrazioni dei piccioni, che in realtà essi sono animali intelligentissimi, in particolare la specie del piccione viaggiatore. Sic. Effettivamente, il fatto che essi, da qualunque parte del mondo partano, riescano a trovare la via verso il luogo in cui sono cresciuti, mi impressiona non poco: da fisico, l'unica spiegazione che trovo è che siano sensibili al campo magnetico terrestre e che ne abbiano una mappatura che permette loro di orientarsi. Da nemica dei piccioni, invece, mi sento di polemizzare: siamo sicuri che sia tutta farina del loro sacco? E se nel loro viaggio di ritorno fossero aiutati, che so, dalla nasa, dalle compagnie aeree low cost o dagli alieni? Finché non mi spiegheranno per bene la fisiologia del piccione e la dinamica che in essi produce questo straordinario senso dell'orientamento non mi piegherò ad ammettere il loro valore.

Mille altri interrogativi mi affliggono, ma per ora mi fermo qui.
Solo per ora: bisogna essere coraggiosi, di fronte ai piccioni. Farsi vedere spavaldi almeno quanto lo sono loro. E che cavolo!

post scriptum Mentre scrivo, un piccione è venuto a posarsi - o meglio: a tentare di posarsi - su un ramo dell'albero di fronte alla mia finestra. Sta facendo un casino: essendo i rami piuttosto leggeri, non appena il piccione tenta di affidare ad essi tutto il suo peso questi cominciano a precipitare, incapaci di sorreggerlo. Il piccione persevera. Cambia ramo e riprecipita ogni volta. Non capisce che rametti così sottili non possono sorreggerlo. Non ci arriva. Menomale che erano intelligenti. E va be'.
Al di là dello spettacolo infelice cui sto assistendo, ciò su cui mi interrogo sono le motivazioni della suddetta perserveranza: ha forse capito che sto parlando della sua specie? È stato inviato per spiare le mie mosse, per controllarmi, per - eventualmente - censurarmi? Quali ritorsioni devo temere, a questo punto?
Se nei prossimi giorni non avrete più mie notizie saprete con chi prendervela.

In tal caso, vi chiedo solo una cosa: fate giustizia.